Portici via Santo Stefano ©Marco Augusto Ghilardi

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Portici da premio UNESCO

Pubblicato il 04 maggio 2022 Da Bologna Welcome

Portico Santa Caterina, Bologna

Ci accompagna in questa promenade...

Cristina Ambrosini, responsabile del Settore Patrimonio culturale della Regione Emilia-Romagna. Archeologa, ha collaborato al dossier di candidatura dei portici di Bologna come Soprintendente Archeologia belle arti e paesaggio di Bologna.

Siamo venuti a Bologna per vedere i Portici UNESCO. Da dove partiamo?

Per tutti quelli che arrivano a piedi dagli Appennini lungo la Via degli Dei, l'esplorazione dei portici UNESCO di Bologna comincia da quelli sei-settecenteschi di San Luca. Il portico più lungo del mondo parte dall'omonimo Santuario e giunge fino al centro della città, attraversando 666 campate e 3.800 metri di lunghezza, permettendo a chi lo percorre di prendere confidenza con il panorama urbano, caratterizzato dall'andamento sinuoso creato da curve e contro curve. Il percorso è scandito anche da scale, lapidi votive e cappelle affrescate che inducono a una continua variazione delle prospettive, ma permettono pure di tirare il respiro ai tanti che salgono su queste rampe per tenersi in forma.



Raggiunta la quota urbana si può scegliere se seguire un percorso cronologico più lineare oppure fare un salto nello spazio-tempo. Nel primo caso si prosegue lungo il rettilineo coperto che conduce al Cimitero Monumentale della Certosa, esempio unico di portico sepolcrale di epoca moderna: fu progettato dopo l'editto napoleonico di Saint Cloud sul modello delle antiche strade sepolcrali romane, ma con l’aggiunta tutta locale della “via coperta”. Il portico della Certosa si trova a pochi passi dall'Arco del Meloncello, l'arco più grande che apre lo sguardo del visitatore sui verdi colli bolognesi, dove quasi si avverte il calore di un grande abbraccio.



 

L'altro percorso invece?

Il percorso alternativo porta a uno dei più significativi interventi urbanistici del secondo dopoguerra a Bologna, il “Treno della Barca”, progettato da Giuseppe Vaccaro tra il 1957 e 1962 nei pressi del parco Fluviale del Reno. Qui il modello tradizionale del portico è stato rielaborato in chiave moderna, con la costruzione di un lunghissimo edificio porticato di edilizia popolare, realizzato secondo rigorosi principi nazionalisti. Il portico qui, più che mai che altrove in città, è il luogo di ritrovo per eccellenza, un passaggio familiare, un posto dove sentirsi a casa.

 


Riprendendo l’itinerario dal centro, ed entrando in città da Porta Saragozza, si può incontrare un’ulteriore varietà, ancora più antica di quelle viste finora: sono i portici architravati di via Santa Caterina. Questi raccontano le origini medievali di questa forma costruttiva, che nasce dall'esigenza di espandere gli edifici verso la strada per aumentarne il volume, partendo dai piani superiori. Sorti dalla lottizzazione di una grande proprietà monastica e sopravvissuti allo sventramento otto-novecentesco dell’area, questi edifici sono stati restaurati grazie al Piano di Conservazione del centro storico di Bologna del 1970, e da allora sono considerati un modello internazionale di salvaguardia. Ciò che colpisce e stimola i sensi di chi attraversa queste vie, magari arrivando dal traffico vicino dei viali, è il silenzio operoso che le pervade e anche il profumo di cucinato che nelle ore giuste viene dalle osterie.




Avvicinandosi al quadrilatero centrale sembra che i portici antichi mettano via i panni popolari per mostrarsi in versione signorile, come negli esempi tardo-medievali e rinascimentali che si possono ammirare tra la Basilica di Santo Stefano e il Palazzo della Mercanzia, dove la ricchezza delle famiglie senatorie è ben visibile nell'abbondanza di colonne, basi, capitelli e volte. O come accade in via Farini, forse il portico più elegante e finemente decorato del centro storico, che oggi si caratterizza per le boutique del lusso, e anche tra le Piazze Cavour e Minghetti, in cui l’aumento in ampiezza delle coperture lascia leggere la volontà ottocentesca di rievocare il Medioevo, affermando tuttavia con orgoglio civile il primato della modernità.


 

Arrivati nei pressi di Porta Santo Stefano, i più attenti si accorgeranno che il pavimento dei portici ha cambiato altezza più volte, obbligando a vari saliscendi: è l’effetto plastico della volontà di potenza che talvolta portava a sopraelevare sul piano stradale palazzi nobiliari ed edifici di culto. In uno dei punti più alti, con un autentico “colpo di scena” teatrale, il portico di via Santo Stefano viene intersecato dal profondo “Voltone del Baraccano”, creato per fare da cannocchiale sulla Chiesa di Santa Maria del Baraccano.

E, per chi va soprappensiero, l’effetto di apertura alla luce e all'aria può davvero sorprendere.
Il portico, insomma, è stato ed è un riparo per tutti, come anche l’arte, la cultura e la bellezza dovrebbero essere.



Per arrivare alla prossima tappa dei Portici UNESCO occorre tornare un po’ indietro e attraversare via Fondazza, resa celebre da uno dei suoi abitanti più speciali: il pittore Giorgio Morandi che qui abitava. Alla fine di questa via si sbuca sulla strada che deve il suo nome al fatto di essere la "più grande”, perché divide in due non solo la città ma l'intera regione. In questo tratto, infatti, l’antica Via Emilia prende il nome di Strada Maggiore e da entrambi i lati mostra un vero e proprio catalogo di portici, dalle forme e dai volumi più diversi: da quello della Chiesa di Santa Maria dei Servi (in cui a colpire i sensi è la straordinaria ampiezza) a quello di Casa Isolani, considerato uno dei più antichi portici medievali esistenti in Europa.



Partendo dalla Torre degli Asinelli, quali portici incontriamo?

Da sotto alle Due Torri, la nostra promenade ci mette di nuovo di fronte a un’alternativa. Proseguendo diritti sulla Via Emilia, i portici si addentrano nel cuore più antico del centro storico portandoci in Piazza Maggiore, al portico del Pavaglione e all'Archiginnasio. Quest’ultimo è il cuore pulsante della cultura della città sin dall'XI secolo, quando per la prima volta fu fondata la prima università, che inaugurò la strada alla tradizione universitaria italiana. Fatta di scolari e docenti provenienti da tutte le parti del mondo occidentale, l’Archiginnasio ancora oggi conserva l’atmosfera viva e solenne della sfera accademica del tempo.



Voltando a destra per via Zamboni, invece, il percorso coperto attraversa i palazzi dell’Università fino a raggiungere quelli della Pinacoteca Nazionale e dell’Accademia di Belle Arti. Se tra le meraviglie di questa via calpestata nei secoli da innumerevoli studenti dovessi dire quella che ogni volta mi stupisce, non credo avrei dubbi: è la facciata medievale della Basilica di San Giacomo Maggiore, con il portico rinascimentale che la affianca e che conduce all'entrata del celebre Oratorio di Santa Cecilia e ai suoi mirabili affreschi. A chi va a caccia di dettagli “esotici” suggerirei di cercare, tra i fregi che ornano l’esterno di questi edifici, la bellissima conchiglia di Santiago, simbolo tra i più commoventi dei pellegrinaggi antichi.



La parte finale del percorso porta poi in via Galliera, che dall'asse mediano della Via Emilia digrada verso la piana urbana proponendo una preziosa sequenza di antiche residenze patrizie: tra queste c’è Palazzo Bonasoni, dove ha sede il Settore Patrimonio culturale della Regione Emilia-Romagna di cui sono responsabile. La ricchezza delle famiglie quattro-cinquentesche e la loro volontà di distinguersi l’una dall’altra sono ben evidenti nelle particolari tipologie architettoniche che esibiscono.




Un desiderio di distinzione che in epoca più recente è stato tradotto anche in chiave popolare, come rivela la scelta di porticare l’edificio in cui ai primi del Novecento sorgeva il Forno del Pane e dove oggi ha sede il MAMbo, il Museo d’Arte Moderna di Bologna. L’esplorazione dei portici mostra una ricchezza di forme, materiali e usi molto varia, ma ha reso altrettanto evidente la necessità di operare con un piano di gestione del sito UNESCO per la loro conservazione che non può far a meno del coinvolgimento e della partecipazione attiva dei suoi principali fruitori: i cittadini che vi passeggiano sotto, i proprietari degli edifici sovrastanti, i titolari degli esercizi pubblici.



Foto di Lorenzo Burlando



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