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La zona U tra storia e arte

LA ZONA U TRA STORIA E ARTE

Via Zamboni, una strada storica che scende dalle due torri verso Porta San Donato. Lungo il suo corso è fiancheggiata da palazzi rinascimentali e da chiese e cappelle.

Nel suo insieme è un ambiente omogeneo, accompagnato da portici che entrano nei palazzi storici all’interno dei chiostri aperti sulla strada.

Via Zamboni trova il suo centro in Piazza Verdi di fronte al Teatro Comunale.

Nei suoi musei questa strada raccoglie quel che Natura ci offre, che la scienza osserva, il senso civico protegge, il pubblico chiede: e sono milioni di secolari saperi ed esperienze, acquisiti per sempre, per tutti.

 

Descrizione per disabilità visive 

Partenza da piazza Maggiore, via Rizzoli, piazza di Porta Ravegnana dove s'intreccia il traffico di diverse strade cittadine. Da lì ci si inoltra nel silenzio antico dei vicoli stretti e sassosi del Ghetto Ebraico, ingombri spesso di auto in sosta, proseguendo per via De Giudei, via Canonica, via dell’Inferno che conducono a Piazzetta Biagi.

Per via Valdonica si arriva al Museo Ebraico: ingresso di difficile individuazione, buona

audioguida, ma poco materiale da toccare.

Attraverso via Valdonica, vicolo Luretta, via Marsala, si raggiunge via Zamboni. Dall'altra parte della strada si erge San Giacomo Maggiore. 

L'ampiezza dell'interno della basilica offre un vivo contrasto rispetto agli angusti vicoli del Ghetto mentre l'animazione della strada è un ritorno al presente.

Sotto il portico a destra in direzione viali, si apre l'Oratorio di Santa Cecilia che ospita periodici concerti e il ciclo di Cecilia e Valeriano in dieci grandi affreschi riprodotti anche a rilievo e consultabili su richiesta.

Nei pressi, un gradevole angolo verde nascosto.

Dopo, il pavimento del portico scende in lunghi gradini verso piazza Verdi, dove il silenzio del ghetto è solo un lontano ricordo.

Proseguendo, sulla sinistra si apre piazza Scaravilli, partigiano martire della Resistenza, si raggiunge via Belle Arti e di lì la Pinacoteca Nazionale di Bologna, ricca di capolavori dal 1300 al 1700, ma dal numero limitato di riproduzioni tattili, tra le quali il rilievo del "S.Giorgio con drago" di Vitale da Bologna.

Tornando verso il centro e prendendo via del Guasto, si affronta l'impervia ma breve escursione dei giardini omonimi.

Il ritorno verso piazza Ravegnana darà l'occasione per una sosta in uno dei numerosi dehors.

Descrizione per disabilità uditive

Partenza da piazza di Porta Ravegnana, dietro le due torri. 

C’è una mappa usurata poco leggibile e pannelli scritti con linguaggio complesso, senza immagini a supporto.


due torri

Bologna, in passato, è stata tra le città che aveva più torri in Italia, con oltre 200 torri solo nella prima cerchia di mura.

Le due torri gentilizie bolognesi, Asinelli e Garisenda, sono state costruite nel periodo storico di massimo sviluppo dei Comuni, tra i secoli XII e XIII, e sono il monumento bolognese più conosciuto. 

La torre più alta, Asinelli, costruita tra il 1109 e il 1119, è stata famosa fin dall’inizio, per la sua altezza, di oltre 97 metri. Non è mai crollata, anche se è stata colpita più volte da fulmini e terremoti. Alla base della torre c’è una rocchetta che ospitava soldati di guardia. 

Prima è stata costruita in legno, nel 1488 è stata rifatta in muratura, nel 1921 è stata restaurata.

La seconda torre, Garisenda, è più bassa e misura 48 metri. 

Per un cedimento del terreno, è diventata obliqua. Per questo motivo è stata interrotta la costruzione. Nel XIV secolo, è stata abbassata e da allora è chiamata torre mozza.


Le mura delle torri sono più grosse in basso. Le mura sono fatte con due camicie di mattoni, unite da ciottoli e calce. Le basi sono rivestite di blocchi di selenite, provenienti da Monte Donato.


> Corrado Ricci e Guido Zucchini, Guida di Bologna, con aggiornamenti di Andrea Emiliani e Marco Poli, nuova ed. illustrata, San Giorgio di Piano, Minerva edizioni, 2002, pp. 129-130


curiosità ...

Il 7 aprile 1878 un lanternaro di 19 anni, Luciano Monari, scese dalla torre Asinelli aggrappato al parafulmine. 

Il 4 maggio successivo Luigi Galloni, muratore di 26 anni, salì e scese all'esterno della torre in soli 22 minuti e facendo esercizi di ginnastica. 

Da questo momento, nonostante i divieti dell'autorità, molti tentarono, di raggiungere la cima della torre.


> Cent'anni fa Bologna. Angoli e ricordi della città nella raccolta fotografica Belluzzi, a cura di Otello Sangiorgi e Fiorenza Tarozzi, Bologna, Costa, 2000, pp. 68-69


*Lanternaro = fabbricante, venditore o custode delle lanterne.


Si prosegue su via Zamboni e si entra nel Ghetto Ebraico, da via dei Giudei.

antico ghetto ebraico

L’antico ghetto ebraico, nel centro medievale di Bologna, ancora oggi ha la stessa struttura con cui è stato costruito, con tante piccole vie, ponti coperti e piccole finestre. In questo luogo viveva un’intera comunità obbligata, dal 1556, dallo Stato e dalla Chiesa, a rimanere rinchiusa in una parte specifica della città.

Gli ebrei di Bologna hanno vissuto qui fino al 1569, poi sono stati mandati via, nel 1586 hanno avuto il permesso di ritornare, ma nel 1593 gli ultimi 900 ebrei sono stati cacciati definitivamente.

Per due secoli, nessun gruppo di ebrei ha avuto il permesso di vivere a Bologna.

Nel quartiere ebraico si poteva entrare da più ingressi, sempre sorvegliati, aperti al mattino e chiusi al tramonto: uno era in via de’ Giudei, uno all’incrocio tra via del Carro e via Zamboni, il terzo ingresso in via Oberdan, dall’arco di vicolo Mandria.

Il ghetto è una tra le zone più interessanti del centro città, circondato da palazzi che appartenevano a ricchi mercanti e banchieri ebrei e con numerose botteghe artigiane.

Si nota subito il cambio dei suoni, c’è un gradevole silenzio lungo le vie e poca gente che vi cammina.

Per la visita si possono seguire le tappe indicate dalla mappa a forma di “mano di Miriam”, simbolo ebraico. 

via dell'inferno

Dopo la galleria Aquaderni, entra a sinistra in Via Canonica e poi destra in Via dell’Inferno, prosegui fino alla Piazzetta dedicata a Marco Biagi, giuslavorista, assassinato nel 2002 in via Valdonica. In fondo a questa via c’è il Museo Ebraico.  All’entrata c’è un grande cancello sempre chiuso, per visitarlo è necessario suonare il campanello.

museo ebraico



Il Museo Ebraico di Bologna (MEB) si trova in via Valdonica1/5, nella zona dell’ex-ghetto ebraico, dentro il  palazzo del ‘500, della famiglia Pannolini. L’edificio oggi è di proprietà del Comune di Bologna.
Il Museo è ampio complessivamente 500 mq., suddiviso in tre spazi distinti: al piano terra ci sono la sezione permanente e la sezione delle attività temporanee, invece al primo piano c’è il centro di documentazione.

La sezione permanente presenta il tema dell'identità ebraica e racconta le vicende storiche del popolo ebraico, nell'arco di quasi 4000 anni. 

C’è una forte continuità tra storia antica, medievale, moderna, fino all'ebraismo contemporaneo, perché le generazioni nuove hanno sempre mantenuto forti contatti con quelle precedenti. Due sale del museo sono dedicate alla permanenza degli ebrei a Bologna e in Emilia Romagna, dall'epoca medievale a quella contemporanea.

La sezione delle attività temporanee comprende gli spazi dedicati a mostre, incontri, dibattiti e attività didattiche rivolte a bambini.

Qui vengono svolte le conferenze, i corsi, i seminari e le presentazioni dei libri organizzate dal MEB ed è presente un bookshop.

La sezione del Centro di documentazione è composta da una biblioteca specializzata e da un centro culturale e di promozione collegato con musei, università, biblioteche e centri di ricerca in Italia, in Europa, in Israele e negli USA.

Tornando indietro su via Valdonica, si torna su via Zamboni, passando per il Vicolo Luretta, stretto e occupato dai parcheggi e via Marsala. I rumori e le voci della zona universitaria si fanno di nuovo sentire e le strade sono affollate. Sulle porte c’è ancora la vecchia numerazione civica per quartieri di fine ‘700. 


La numerazione

C’è una stretta relazione tra l’odonomastica*, cioè l’insieme dei nomi delle vie di una città, e i sistemi di numerazione utilizzati.

Identificare ogni casa, ogni porta che dava accesso ad una proprietà privata, serviva per fare due cose:
– avere uno strumento efficace per il fisco;
– facilitare il lavoro dei postini.
Fino a quasi tutto il XVIII secolo la posta era considerata come la merce, sottoposta a tasse doganali, che rendevano il servizio postale estremamente costoso.
Dopo la Rivoluzione Francese sono nate le poste moderne. Napoleone ha voluto le linee guida delle nuove poste, basata sulla creazione di un sistema sicuro, controllato e regolamentato dallo stato, fatto per tutti (quindi con costi bassi).

Anche il primo sistema di numerazione a Bologna è stato introdotto nel 1794, grazie all’influenza delle idee rinnovatrici dei francesi che entrarono poi in Bologna il 12 giugno 1796 e furono accolti come liberatori. Il censimento delle abitazioni fu utile al governo pontificio di allora anche per fini fiscali.

*Odonomastica= studio storico e linguistico dell’insieme di nomi delle strade e piazze di una città.

La prima numerazione di Bologna fu pensata per quartieri.
Le case erano numerate da 1 in su fino all’ultima casa del quartiere.

Nel 1801 il governo filofrancese introdusse le ”lapidette”, piccole lapidi di sasso, con i nomi delle vie, nel 1801, ma ormai i numeri erano già stati murati accanto alle porte delle case.

Nel medioevo i quartieri di Bologna erano quattro, il quartiere di Porta Stiera, il quartiere di Porta Procola, il quartiere di Porta Ravennate ed il quartiere di Porta Piera.

La situazione alla fine del XVIII secolo era più confusa. Nei quartieri non c’erano uffici amministrativi (come oggi) e spesso venivano usate le parrocchie per raggruppare le abitazioni all’interno della città. 

Non c’erano confini definiti tra un quartiere e l’altro perché non ce n’era mai stato bisogno.

Con la numerazione e la decisione di numerare per quartiere, il governo della città fu costretto a definire esattamente i confini dei quartieri ed i loro nuovi nomi. 

Il 6 settembre del 1794 si decise che i quattro quartieri avrebbero fatto riferimento alle porte S.Felice, Galliera, Strada Maggiore e San Mamolo con i confini sulle strade che portavano alle porte.
Questa decisione non fu attuata e si decise di chiamare e dividere i quartieri in modo diverso:
Quartiere di San Francesco tra via San Felice e via San Mamolo.
Quartiere di San Domenico tra via San Mamolo e via Santo Stefano.
Quartiere di Santa Maria dei Servi tra via Santo Stefano e via San Vitale.
Quartiere di San Giacomo tra via San Vitale e via San Felice.
I confini dei quartieri finivano in centro sulle vie Ugo Bassi e Rizzoli (che si chiamavano via dei Vetturini e Mercato di Mezzo).
Il confine tra i quartieri era nella parte centrale delle vie, così che, per esempio gli edifici sul lato sud di via San Felice appartenevano al quartiere di San Francesco, mentre gli edifici a nord appartenevano al quartiere di San Giacomo.

Inizialmente si pensò di colorare le targhe con i numeri in colori diversi a seconda del quartiere, e così, il primo risultato della numerazione fu:
1444 numeri rossi per il quartiere di San Francesco.
1553 numeri neri per il quartiere di San Domenico.
979 numeri azzurri per il quartiere di Santa Maria dei Servi.
3378 numeri gialli per il quartiere di San Giacomo.

L’uso di colori diversi per ogni quartiere fu abbandonato dopo l’introduzione delle lapidette con i nomi delle vie nel 1801, ciò creò casi di confusione sulle vie di confine tra un quartiere e l’altro. 

Questi numeri resistettero fino al 1878 (parecchi sono ancora visibili). 

Con l’unità d’Italia il nuovo governo fece una normativa che obbligava a rivedere il sistema di numerazione.
Dal 1873 al 1878, a Bologna, si prese in esame sia la riforma toponomastica (cioè del nome dei luoghi) e della numerazione degli edifici.
Queste vicende sono descritte con molti particolari nel libro di Mario Fanti “Le Vie di Bologna, saggio di toponomastica storica” (Bologna, 2000).

Nel capitolo “Dall’odonomastica popolare all’odonomastica ufficiale” si propongono tre diversi periodi:

1° Periodo o periodo dell’odonomastica arcaica o spontanea: dalle origini al 1801.
Assenza di odonomastica ufficiale. Assenza di numerazione. Prime iniziative di numerazione delle abitazioni.

2° Periodo o periodo dell’odonomastica contemporanea preunitaria: dal 1801 al 1878.
Odonomastica ufficiale delle Lapidette e numeri per quartiere operativi.

3° Periodo o periodo dell’odonomastica contemporanea postunitaria o matura: dal 1878 ai giorni nostri.
Odonomastica rinnovata (eliminazione di tante denominazioni urbanistiche generiche come Pugliole, Campo, Borgo, etc., tentativo di standardizzazione con Via, Vicolo, Piazza) e introduzione della numerazione moderna per via.

Si prosegue a destra per visitare la basilica di San Giacomo Maggiore. All’interno ci sono opere di arte rinascimentale, da vedere le bellissime cappella Bentivoglio e cappella Poggi. 

Non ci sono pannelli descrittivi all’interno.

 san giacomo maggiore

La Chiesa di San Giacomo Maggiore è stata costruita fra il 1267 e il 1315 dai frati Eremitani di Sant’Agostino. È stata ristrutturata alla fine del ‘400 ed oggi presenta un insieme di stili diversi: all’esterno ha forme romaniche, all’interno è gotica (sulla sagrestia e in alcune cappelle) e tardo rinascimentale (nella navata e in alcune cappelle). 

All’interno ha un’unica navata vasta e luminosa con due importanti tesori di arte: la cappella Bentivoglio e la cappella Poggi.

La prima cappella è stata voluta dalla famiglia Bentivoglio. Nel 1445 Annibale I Bentivoglio l’ha fatta costruire, nel 1486 Giovanni l’ha fatta ingrandire. Ancora oggi è una delle più importanti creazioni del primo periodo del Rinascimento a Bologna.

La seconda cappella è stata progettata da Pellegrino Tibaldi, nel 1561 per il Cardinale Giovanni Poggi. L’architetto Tibaldi l’ha anche arricchita con vari dipinti come il Battesimo di Cristo e le Storie di Battista, ed anche altre opere di grande importanza come:

la tomba di Anton Galeazzo Bentivoglio decorata da Jacopo della Quercia nel 1453;

il quadro di San Rocco dipinto da Ludovico Carracci;

due crocifissi di legno di Jacopo di Paolo del XV sec.;

vari polittici* gotici e preziosi nei secoli XVI, XVII e, nelle cappelle, nel XVII secolo.

*Polittico = dipinto fatto con più tavole unite. 

Il portico rinascimentale che affianca la chiesa è molto elegante, con colonne di arenaria scanalate e con fregi scolpiti. Sul portico ci sono varie aree gotiche dipinte, destinate a sepolcri. 

Dal portico si arriva alla chiesa di Santa Cecilia, decorata con splendidi affreschi che rappresentano alcuni episodi della vita della Santa e di San Valeriano, realizzati nel 1504/1506 dai migliori maestri di Bologna. 

Fonte: Cura Arcivescovile e le Chiese di Bologna


Si cammina verso destra su via Zamboni fino all’oratorio di Santa Cecilia. 

All’interno ci accoglie un gradevole angolo verde nascosto.


oratorio santa cecilia

L’oratorio di Santa Cecilia e Valeriano si trova sul portico vicino alla chiesa di San Giacomo Maggiore.

Prima era una chiesa romana. Giovanni II di Bentivoglio, signore di Bologna, l’ha fatta rimpicciolire e affrescare, con lo scopo di conservarne l’opera pittorica, che è tra le più importanti del periodo rinascimentale a Bologna. 

Le opere furono iniziate nel 1505 da artisti che frequentavano la corte di Bentivoglio, come Francesco di Francia, Lorenzo Costa e Amico Aspertini, ma furono completate da artisti meno famosi.  Gli affreschi sono stati realizzati sulle pareti a destra e a sinistra, all’entrata dell’oratorio e suddivisi in dieci riquadri separati da lesene*, decorate con grottesche*.

Nei dipinti sono raffigurati episodi della vita di Santa Cecilia e del suo sposo Valeriano, vissuti al tempo del papa Urbano I, che sono diventati martiri perché si sono rifiutati di rinnegare la loro fede. 

*Lesena = pilastro verticale decorativo, che sporge dalla parete, con base e capitello.

*Grottesche = Decorazione su pareti o sculture, caratterizzata da forme vegetali di fantasia intrecciate a figure umane, animali e maschere bizzarramente deformate.


Si procede sotto il portico fino alla Piazza intitolata a Giuseppe Verdi.

oratorio santa cecilia


È il centro della via Zamboni e punto di incontro della zona universitaria, spesso affollata di giovani o luogo di manifestazioni. Sulla piazza c’è anche il teatro Comunale con l’entrata su Largo Respighi. 


Il Teatro Comunale sorge sull’area già occupata dal palazzo Bentivoglio, che venne distrutto nel 1507. Il teatro fu realizzato su progetto di Antonio Galli Bibbiena e inaugurato nel 1763. 

Successivamente, in varie fasi, furono eseguiti affreschi all’interno e ristrutturazioni di vario tipo.

L’inaugurazione del nuovo teatro fu fatta il 19 maggio 1805. Durante la stagione autunnale dello stesso anno, presso il teatro del corso, oggi non più esistente, aveva cantato per la prima volta Gioacchino Rossini, che aveva 13 anni e che interpretò Adolfo nel cast della Camilla di Paer. In quegli anni, Rossini, il futuro cigno dell’opera italiana, faceva apprendistato a Bologna, tra le mura del nuovo liceo musicale. Anni dopo Rossini ritornò al teatro comunale, ormai famoso e da protagonista. Nel 1842 giunse a Bologna, presso l’antica sede universitaria dell’Archiginnasio, anche la sua opera “Stabat Mater”, che per la sua première italiana, fu diretto da Gaetano Donizetti.

Tornando alle vicende del teatro, nel 1931 nuovi lavori furono realizzati dopo l’incendio del palcoscenico. La facciata che si può ora osservare fu completata nel 1937. La piazza davanti al teatro è denominata piazza Verdi. La piazza si estende sullo spazio che fu occupato dalle scuderie dei Bentivoglio, anche se fu distrutto con tutto il palazzo. 

Nel 1692 fu la sede del Monte della Canapa, istituito dal Monte di Pietà di Bologna, primo esempio di credito speciale, anticipazione su merci.

La lunetta sotto il portico raffigurante la deposizione con Sant’Antonio Abate fu realizzata da Giovanni Francesco Spini nel 1692.


Pochi passi ancora su via Zamboni e si arriva a Piazza Scaravilli, spesso usata come sede di eventi e spettacoli organizzati dal Comune e dall’Università.


piazza scaravilli

Piazza Antonino Scaravilli
la prima documentazione in cui si parla del nome di questa piazza è del 1955.

Questa piazza fu creata dopo il 1937. Nel 1941 era già aperta, ma non c’era il quadriportico* che oggi si affaccia su via Zamboni.

Per costruirla sono state abbattute le case dal numero 40 al 54 di via Zamboni. Questa cosa si può ancora vedere perché su via Zamboni la numerazione delle case vicine alla piazza, dal numero 38 si interrompe e passa subito al numero 56.

Il 18 luglio 1955 una delibera consiliare assegna a questa piazza il suo nome.

*Quadriportico= cortile quadrato circondato dal portico. 

Proseguendo su via Zamboni si arriva in piazza Puntoni e girando a sinistra si trova l’ingresso della Pinacoteca Nazionale di Bologna. 


pinacoteca nazionale

Descrizione per disabilità motorie 

Partendo da Piazza Maggiore raggiungere l’incrocio con via Rizzoli e poi svoltare a destra.

Percorrere i portici di via Rizzoli fino al semaforo ed attraversare le strisce pedonali

raggiungendo Piazza di Porta Ravegnana. Via Zamboni si trova sulla sinistra.


torre asinelli

Dall'inizio di via Zamboni fino all’inizio dei portici nel lato sinistro della via in direzione dei viali, la pavimentazione è un po’ sconnessa.

L’accesso ai portici non ha gradini e la pavimentazione sotto è liscia.

Dopo la piazzetta Achille Ardigò si passa sul lato destro dei portici che non presenta barriere e proseguendo si attraversa piazza Rossini e si raggiunge la Basilica di San Giacomo Maggiore. 

san giacomo maggiore

Proseguendo si raggiunge l’Oratorio di Santa Cecilia


san giacomo maggiore

Il portico termina con una scalinata all’altezza di piazza Verdi e per proseguire bisogna rifare la strada all’indietro fino a piazza Rossini, uscire dai portici e percorrere la pista ciclabile per un breve tratto e poi si rientra sotto i portici.

piazza verdi

Arrivati in piazza Verdi, bisogna svoltare leggermente e proseguire a destra dei portici del Teatro Comunale, perché poco dopo presentano due scalini. 

Per entrare nel Teatro Comunale bisogna richiedere la pedana mobile.

Riprendendo la via, si possono percorrere di nuovo i portici sulla sinistra che sono accessibili fino a piazza Puntoni. La si attraversa senza ostacoli e si gira a sinistra per via Belle Arti per entrare nella Pinacoteca Nazionale di Bologna

Per farlo bisogna risalire fino al n°52 di via Belle Arti dove si può trovare una rampa.


via belle arti

Dopo si percorre a destra il portico con pavimentazione liscia e si arriva al n°56, l’entrata della Pinacoteca.

pinacoteca

Il portone di ingresso è molto ampio e negli orari di apertura è sempre aperto. Subito sulla destra potete trovare la biglietteria, altezza banco 114 cm; dopo la biglietteria trovate una rampa con larghezza di 110 cm.



Questo servizio nasce dal percorso di co-progettazione U-area for all, nell'ambito del progetto europeo ROCK finanziato dal programma per la ricerca e l'innovazione Horizon 2020, con l'obiettivo di favorire l'accessibilità al patrimonio culturale della zona universitaria di Bologna.


Rock

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